“AMY”: la recensione di Gianluca Stival

“Amy” è un docufilm del 2015 del pluripremiato regista Asif Kapadia, direttore di amy-winehouselungometraggi del calibro di “Senna”, vincitore di premi come i Bafta Awards nel 2012. La pellicola, della durata di oltre due ore, narra la turbolenta e ribelle vita della cantautrice inglese Amy “Jade” Winehouse, conosciuta a livello mondiale per il suo timbro profondo e sensuale, grazie al quale si è aggiudicata numerosi riconoscimenti musicali; tra questi i Brit Awards nel 2007 e i Grammy Awards tra il 2008 e il 2011.
Il film inizia nel 1998 quando una giovane Amy canticchia insieme a Juliette Ashby, amica di lunga data, e prosegue con scene inedite che ritraggono i momenti più importanti della vita della cantante: vengono ritratti divertenti aneddoti d’infanzia, episodi della sua adolescenza, fino alla firma del primo contratto con Island Records.
L’abilità del regista consta nel saper ricostruire passo per passo avvenimenti che hanno segnato la vita di Amy attraverso documenti privati ed inediti: innumerevoli sono le interviste con il giornalista inglese Jonathan Ross in cui la Winehouse rivelò addirittura di non sentirsi una “cantante”; “Lo faccio per divertimento” afferma ad un certo punto.
Un punto di forza è indubbiamente l’attenzione data ai testi delle sue canzoni: le registrazioni di “Back To Black” sono accompagnate dalle struggenti parole dei testi riportate in sovrimpressione e lo spettatore rimane incantato dal genio che si cela dietro tali pensieri. Si gioisce insieme a lei quando, raggiunto il successo globale, le viene consegnato il primo Grammy e si riflette al suono delle parole di rammarico della madre per la prematura morte della figlia.
Amy” non è un semplice documentario in cui vengono mostrati i momenti “nascosti” di una delle voci più particolari della storia, è soprattutto un racconto di una delle vite musicali più travagliate e insoddisfatte dell’ultimo secolo. Nel corso del film si chiarisce il concetto della debolezza dell’artista: seppur tra le figure di maggior influenza nel panorama musicale contemporaneo la Winehouse ottenne un tale successo che non seppe né gestire né governare. Soldi, fama, droga e una sola persona che sembrava volerle bene: il marito, Blake Fielder-Civil, ritratto quale sfruttatore di una donna della quale si sarebbe rivelato carnefice. Di forte impatto emotivo rimane la scena in cui Amy viene spinta dal marito a sniffare cocaina nel suo lussuoso appartamento al numero 30 di Camden Square nella capitale inglese.
La critica inglese recepì di buon grado il film, definendolo come “il perfetto connubio tra successo e dipendenza”: “Amy” è infatti il ritratto di un’artista insicura e forse troppo giovane per prendersi la responsabilità di tali popolarità e fama. “Ogni genio è insoddisfatto, pensare significa essere infelici”: l’essere una voce fuori dal coro come Amy le è stato letale a tal punto da perdere la vita.
“Sul palco faccio l’amore con 25,000 persone, ma poi torno a casa da sola” diceva Janis Joplin. Questa è la storia di Amy: saper arrivare al cuore di tutti impedendo che gli altri la strappassero dalla solitudine e dall’infelicità.

Scritto da Gianluca Stival

(La recensione è coperta dal diritto di Copyright. Si ringrazia MyMovies.it per aver permesso a Gianluca di partecipare al Concorso Scrivere di cinema – Premio Alberto Farassino, edizione 2016. Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino è l’unico concorso nazionale di critica cinematografica per giovani presente in Italia ed è promosso da Cinemazero, Fondazione Pordenonelegge.it e dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani)

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